Officinemalessandria

Laboratorio Cinematrografico per Studenti delle Scuole Superiori della Provincia di Alessandria

Ecco i soggetti vincitori!

Primi premi: L’INCONTRO – Samantha Solimani (‘Saluzzo’, AL)

Riccardo gira in bicicletta in un parco, intorno poche persone, solo alcune sedute sulle panchine. Si guarda intorno, poi rallenta la pedalata e si ferma. Non molto distante, un altro ragazzo, di qualche anno più grande, fa delle flessioni su una panchina, poi degli addominali, infine si alza e inizia ad accennare dei pugni, diretti, montanti, ganci, dopo ogni colpo si muove con il busto e simula di schivare un attacco avversario, poi riprende ad accennare i colpi. Riccardo continua a fissarlo mentre scende dalla bicicletta, la mette sul cavalletto e fa qualche passo in direzione del giovane.
Su una panchina alle sue spalle è seduto un anziano, Eugenio, che guarda la scena con un sorriso. Riccardo inizia ad imitare il giovane che si allena, prima alza lentamente le mani mentre serra i pugni, poi, di tanto in tanto, fa qualche piccolo movimento del busto e tira goffamente qualche pugno. I pugni “tirati all’aria” si moltiplicano, i movimenti del busto si accentuano, l’anziano vede il ragazzino che porta i suoi colpi con espressione decisa, anche se con goffaggine, Eugenio, lentamente, e con qualche vistoso tremore, si alza in piedi aiutandosi con il bastone. Pian piano si avvicina a Riccardo che continua a “mimare” l’allenamento del giovane. Una volta abbastanza vicino, Eugenio tocca leggermente con il bastone la sua caviglia: “E’ qui che sta il segreto del colpo, se non lo accompagni con la gamba e la caviglia, non farai molta strada nella boxe!…”.
Riccardo si volta quasi di scatto, poi i due si presentano dandosi la mano. “Ero seduto su quella panchina laggiù, e non ho potuto proprio fare a meno di notare come guardavi quel ragazzo allenarsi, deve piacerti davvero tanto la boxe, non è vero?”, dice Eugenio, subito dopo aver indicato con il bastone la panchina dalla quale arrivava. Riccardo si guarda intorno, poi verso l’anziano e sorride: “Sì, e tanto anche. Io e mio padre guardavamo sempre gli incontri di boxe in tv, fino a che… ” , il ragazzino cambia espressione e si fa serio. Eugenio smette di sorridere. Riccardo abbassa lo sguardo, Eugenio fa un sospiro e porta le mani, che iniziano a tremare, una sopra l’altra, sulla parte superiore del manico del bastone. “Sono sicuro, che tuo padre sarebbe stato fiero di te, nel vederti poco fa… sei davvero portato per la boxe.”.
Riccardo guarda l’anziano: “Dice davvero, signore?!”. Eugenio fa un sorriso e un cenno con il bastone: “Certo che sono sicuro! Io ero un pugile, ovvio molti anni fa, ma lo ero. Guarda, ti faccio vedere com’ero, quando mi chiamavano “l’Alì bianco”. Eugenio prende il portafogli dalla tasca interna della giacca, lo apre ed estrae una piccola foto ingiallita che lo ritrae in posa prima di un incontro. Riccardo prende la foto e la guarda. L’anziano e il ragazzino riprendono a parlare. Nella discussione si alternano consigli ed aneddoti: Eugenio “istruisce” Riccardo, indicando con il bastone postura, movimenti e colpi che il ragazzino segue.
I due poi proseguono a parlare seduti su una panchina. L’anziano, di tanto in tanto, prova ad accennare con un po’ di sofferenza, vecchi movimenti di quando era sul ring, via via i tremori alle mani si fanno più vistosi e arrivano quasi alle braccia. Riccardo, senza farsi notare, scruta con rapidi “colpi d’occhio” le mani tremanti dell’anziano che continua il suo racconto. “…Ed è così, che misi a sedere quel grande e grosso presuntuoso portandomi a casa la cintura.”, dice l’anziano mentre si gira verso il ragazzo.
“E poi?! Fece altri incontri, vero signor Eugenio? Beh… direi che è il minimo, e scommetto che li ha mandati tutti al tappeto! I campioni che ottengono la cintura, sono praticamente invincibili!”. L’anziano guarda il ragazzo e fa un piccolo sorriso, poi guarda verso le mani che tremano e sorreggono il bastone, rimane in silenzio a guardarle mentre il sorriso sparisce. “Sì… ne feci molti altri, e ne vinsi parecchi anche, ma ripensandoci, adesso, forse sarebbe stato meglio, se avessi tolto i guantoni dopo quell’ incontro e non avessi ascoltato coloro che mi dicevano, che “il bello sarebbe arrivato dopo averla vinta”, lì per lì sembrava fosse davvero così… ma credimi… è giusto superare i propri limiti, ma non quelli che ti pone il tuo cuore…”
Eugenio si volta verso Riccardo, che dice: “Non capisco, cosa vorrebbe dire con questo?”
L’anziano abbassa lo sguardo, appoggia il bastone sulle gambe e si volta verso Riccardo mostrando
le mani che tremano. “Guardale bene, e dimmi, cosa vedi?”. Il ragazzo guarda le mani dell’anziano, “Vedo le sue mani, ma con questo… ?”. “No, Riccardo. Questi, sono i miei nuovi “guantoni da boxe”, sono dovuto tornare a combattere di nuovo, questa volta non per vincere una cintura, ma contro un avversario troppo forte, anche per chi è stato “campione”. Questa volta il mio avversario, si chiama “Morbo di Parkinson”, ora i round durano molto più tempo dei semplici “3 minuti”, bensì dalla mattina, quando apro gli occhi e combatto nel cercare di mettermi una camicia, sino a quando combatto di nuovo per toglierla e andare a dormire. Forse, se non avessi continuato quando il mio “cuore” mi diceva di smettere, non sarei a questo punto. Forse, invece, era destino e sarebbe accaduto ugualmente. Purtroppo, è una di quelle cose, di cui non saprò mai la risposta. Ma, da vecchio “campione” a futuro “campione”, voglio farti questo piccolo dono. Combatti sempre, ma ascoltando solo ed esclusivamente il tuo “cuore”, perché non c’è ring ed incontro più importante, che quello della vita e del proprio futuro.”.
Eugenio fa ancora un sorriso mentre abbassa una mano e con l’altra scompiglia un po’ i capelli di Riccardo che lo guarda in silenzio. I due si guardano senza dire nulla, poi l’anziano si alza e si allontana, senza voltarsi alza leggermente la mano e saluta il ragazzo: “Mi raccomando Riccardo, ricordati di questo povero “vecchietto” e delle sue parole, quando ti porterai a casa la tua “cintura.”
Riccardo segue con lo sguardo l’anziano ormai lontano, poi abbassa lo sguardo, osserva le mani mentre le chiude a pugno, poi le abbassa e porta lo sguardo verso il luogo dove si trovava l’anziano, ma senza più vederlo.

Dopo tanti anni, Riccardo, ormai un giovane uomo, si trova davanti alla tomba di Eugenio, in mano ha un piccolo mazzo di fiori, un paio di guantoni ed una foto. Il giovane si abbassa e posa uno dopo l’altro tutto ciò che aveva in mano davanti alla tomba, poi si riporta in piedi, fa un piccolo sorriso, si asciuga gli occhi, si allontana. La foto ritrae Riccardo con alcuni amici mentre tiene sulla spalla la cintura da campione.

Primi premi: L’ULTIMO SCATTO – Mirea Manzella e Isabella Venezia (‘Saluzzo’, AL)

Mi sento rinchiuso in una gabbia. Rimanere seduto su un ponte con le gambe a penzolare verso il vuoto non era esattamente nei miei programmi. Eppure, ora sono qui, troppi dubbi nella mente, la paura di lasciarsi cadere ad affollare i pensieri, e lì, al collo, una macchina fotografica. Sicuramente, il mio miglior incontro. Alto quanto basta, capelli castani, due occhi grandi a risaltare sulla pelle chiara. Lucien Giraud, ragazzo parigino, era di fatto solo. Prossimo alla laurea in filosofia, aveva un lavoretto in un piccolo negozio di fiori che, tutto sommato, gli piaceva e un appartamento acquistato dopo la morte dei genitori in cui viveva per gli studi rigorosamente per conto suo. Ha sempre vissuto una vita alquanto monotona ed è sempre stato così, solo in ogni suo passo. Almeno, fino a quando non la incontrò. Impolverata, grigia, appoggiata distrattamente su uno degli scaffali cosparsi di libri di quel salotto in cui, affacciato alla porta del balcone, si riservava quella solita tazza di caffè senza zucchero come se fosse una grande novità nella giornata. Una vecchia Polaroid si confondeva in tutta quell’immobilità che caratterizzava, come il suo essere, anche la sua intera abitazione. La vide, le si avvicinò con una punta di curiosità a colorare i suoi occhi stanchi. Poi, dal momento in cui se la rigirò tra le mani, un lieve sorriso a increspargli le labbra, qualcosa cambiò per quel ragazzo finora vissuto in una vita che, a conti fatti, non gli era mai appartenuta sul serio. Da lì, tutto divenne fotografia. I fiori del suo negozio, variopinti e originali, i vivaci tramonti dietro alla Tour Eiffel, le panchine di legno degli Champs Elysée, la tazza bianca di quello schifoso caffè senza zucchero. La vitamovimentata di Parigi, un’anziana signora sorridente dietro alla sua bancarella di dolci, un bambino che ridendo si faceva inseguire dal padre, la madre a scuotere la testa divertita, seduta sotto un albero, due ragazzi sul ciglio della strada a cantare, uno biondino dal forte accento irlandese alla chitarra e al suo fianco un alto ragazzo dai capelli ricci e gli occhi verdi, come i campi fotografati giusto il giorno prima, ad intonare la canzone con la sua voce profonda e graffiata. Successivamente, classico, la metropolitana parigina, mucchi di persone a spostarsi veloci lungo le fermate, i turisti per le strade con le loro cartine in mano e gruppi di amici a scherzare nei bar. Un semplice click della piccola macchinetta e un frammento di vita giaceva tra le sue dita magre, facendolo sentire così, in qualche strano modo, meno solo. Scatto dopo scatto, Lucien scopriva una parte di sé che credeva inesistente. Allo stesso modo, però, la vita delle persone intorno a lui, quella vita che lui non poteva possedere, si proiettava nelle sue iridi chiare come una fotografia che lui non avrebbe mai voluto scattare. Tutti i protagonisti delle sue immagini avevano una famiglia, amici, dei sogni nei cassetti che bramavano di realizzare. Avevano uno scopo per andare avanti. Lui cosa aveva, in fin dei conti? Una vecchia Polaroid tra le mani e i muri di casa sua ora tappezzati da fotografie di vite che non gli appartenevano. Nessuno con cui quantomeno parlare. Nessuno, a parte il suo professore di filosofia, l’unico che sembrava poterlo davvero capire. Quell’uomo che, in quel momento, era chino sotto un albero con una rosa rossa in mano che porgeva con amore verso una roccia che ritraeva, al centro, una donna dai lunghi capelli raccolti in uno chignon abbozzato e un sorriso meraviglioso sulle labbra fini. Singhiozzando debolmente, porgeva con mani tremanti quel fiore scarlatto, identico a tutti quelli che comprava al suo negozietto ogni giorno. Solo anche lui, contro il mondo. Di fianco al professore, le due lapidi dei suoi genitori, grigie e tristi esattamente come se le ricordava. Scattò una foto. Sospirai. L’aria stava diventando sempre più fredda su Pont Saint-Michel. Quel buio sono i miei piedi, era talmente irreale che quasi credetti di star sognando, ma i troppi pensieri per la testa sembravano non pensarla allo stesso modo. All’inizio ero convinto persino che l’aria gelida notturna avrebbe impedito ad ogni mio dubbio o paura di farsi vivo nella mia testa. Forse, dopotutto, avrei dovuto dare meno cose per scontate, ma ora non era poi così importante mentre lottavo con l’insicurezza di lasciarmi cadere nel vuoto. A conti fatti, nulla era più davvero importante. Non che avessi qualcosa, si intende. A parte la paura. E una piccola macchina fotografica che ora reggevo nelle mani gelate. Tutti i nostri scatti.

Mi sento rinchiuso in una gabbia.
Una gabbia invisibile.
Una gabbia che io stesso mi sono costruito.
Ma di cui ho dimenticato di costruire la chiave.
Le sorrise e, con un ultimo scatto, la abbandonò…

 

Primi premi: LA STANZA – Davide Palella (‘Vinci’, AL)

Al centro di una stanza non molto illuminata si trova un ragazzo seduto ad un tavolo. Dietro c’è un muro, sul quale è appeso un orologio analogico che segna le 12:00.
Il ragazzo, di cui non ci è dato sapere il nome, sta aspettando un suo amico. Passa un’ora, l’appuntamento era fissato per le 12:00 in punto, e il giovane è visibilmente spazientito. Decide di provare a chiamarlo al telefono, il quale indica l’assenza di campo, per questo il ragazzo rinuncia al tentativo. Decide nonostante tutto di rimanere lì seduto e attendere il suo amico nel quale ripone molta fiducia.
Trascorre un’altra ora, il giovane passeggia nervosamente per la stanza domandandosi la ragione del ritardo. L’orologio segna le 15:00 e il ragazzo si siede sul suo letto. Le sue convinzioni sul fatto che l’amico arrivi iniziano a vacillare, è sommerso da pensieri negativi e stremato si corica. Oramai disilluso e visibilmente abbattuto cade in un sonno profondo.
L’orologio non si ferma e lui continua a dormire fino a quando l’orologio segna nuovamente le 12:00. La porta si apre, l’amico entra nella stanza e trova il ragazzo che dorme. Lo sveglia bruscamente e il giovane, giustamente arrabbiato, si lamenta con lui dell’enorme ritardo chiamandolo per nome. L’amico si chiama Lorenzo e gli spiega che è perfettamente in orario e che probabilmente è stato il giovane a fare un sogno che lo ha confuso.
I due si riappacificano, si siedono nelle rispettive sedie e l’unica cosa che si frappone fra loro è il tavolino. Iniziano a parlare, la tensione va scemando e l’atmosfera si fa più leggera e scherzosa. Tra una birra, una battuta e una partita a carte si fanno le 15:00.1 due si salutano, Lorenzo si alza e, in procinto di uscire dalla stanza, si volta verso il ragazzo salutandolo con un addio.
Lorenzo è ormai uscito e al ragazzo ancora seduto e assai confuso inizia a girare la testa. Si risveglia bruscamente nel suo letto dove si era addormentato alle 15:00 non realizzando bene l’accaduto. Capisce che Lorenzo non è mai arrivato e il suo è stato solamente un felice sogno. Il ragazzo ha un sussulto ripensando all’ambiguo addio di Lorenzo che gli fa presagire il peggio. Si catapulta fuori dalla stanza e trova sua madre sul divano in lacrime che gli riferisce tristemente del mortale incidente di cui è stato vittima Lorenzo. Il ragazzo scosso, torna in camera sua, e seduto sulla sua sedia fissa in silenzio il vuoto incolmabile lasciato dall’amico.
In sottofondo il brano “Elect the dead” di Serj Tankian.
Appare la seguente citazione di Franz Kafka: ” Non occorre che tu esca di casa. Resta al tuo tavolo e ascolta. Non ascoltare nemmeno, aspetta soltanto. Non aspettare nemmeno, sii in assoluto silenzio. Il mondo ti si offrirà per farsi smascherare, non può fare altrimenti. Dinanzi a te si rotolerà estatico.

 

Secondi premi: PUNTI DI VISTA. – Martina Dossena (‘Saluzzo’, AL)

Quando hai tutto il mondo contro, non fai altro che nasconderti dalla gente, sei considerato strano, ti
potrebbe sembrare impossibile che un incontro casuale ti stravolga la vita.
Invece, proprio a lei, capitò.
Non era una ragazza problematica, forse poteva apparire un po’ diversa, ma non era certo come i suoi compagni la descrivevano.
Loro non sapevano, non potevano neanche lontanamente immaginare cosa lei dovesse sopportare ogni giorno.
Tutti quei pensieri, i segreti più profondi di ognuno di loro, lei li sentiva ed era costretta a fingere di non sapere nulla e sforzarsi di dimenticarli.
Odiava la scuola: lì dentro non aveva un minuto di pace, non poteva nemmeno stare da sola perché i pensieri dei suoi compagni la asfissiavano.
Provate ad immaginare, come vi sentireste se poteste percepire i pensieri di chiunque stia a non più di venti metri di distanza da voi e di trovarvi in una scuola superiore frequentata da circa ottocento studenti? Ecco, esattamente quello che provava lei per sei ore al giorno, se non di più.
Quella mattina era iniziata male, come le altre, o forse peggio e, di certo, l’annuncio che un nuovo ragazzo si sarebbe aggiunto alla sua classe non poteva che infastidirla maggiormente.
Altri pensieri, altri segreti da fingere di non conoscere, l’idea di certo non l’attirava; invece, quando il ragazzo entrò nell’aula, di pensieri, lei non ne sentì proprio.
Era strano, non le era mai accaduto prima.
Non appena udì il suono della campanella che annunciava la fine delle lezioni, la ragazza prese il suo zaino e corse via dalla classe, imboccò il corridoio diretta all’uscita della scuola; come ogni giorno sperava, facendo così, di incontrare meno persone possibile.
Nella foga della corsa perse l’equilibrio e cadde a terra, quasi priva di sensi. Ci mise qualche secondo a capire cosa fosse successo.
Una mano afferrò la sua per aiutarla ad alzarsi. In quel momento le sembrò che il tempo si fosse fermato. Gli studenti iniziavano ad avvicinarsi, ma lei non sentiva più i pensieri di nessuno.
Era finalmente sola con sé stessa sebbene fosse attorniata da centinaia di adolescenti in procinto di uscire dalla scuola.
Il ragazzo le lasciò la mano e se ne andò senza dire una parola; lei rimase lì, immobile, in mezzo al corridoio.
Ricominciò di colpo a sentire i pensieri di coloro che erano nei paraggi, le sembrava che la testa le stesse per scoppiare.
Arrivata a casa riflette a lungo riguardo a ciò che era successo poche ore prima ed ebbe un’ intuizione; che anche quel ragazzo fosse come lei? Poteva forse leggere anche lui la mente delle persone?
Non glielo poteva certo chiedere direttamente, se la sua teoria fosse stata errata tutti avrebbero scoperto il segreto che da sempre si portava dietro e sarebbe diventata un “fenomeno da baraccone”; ma fu proprio lui a precederla il giorno seguente, togliendole così il dubbio.
“So che sei diversa, ma non come gli altri pensano”, le disse.
Condividevano lo stesso potere, ecco perché quando il ragazzo era entrato nella sua classe non era riuscita a percepirne i pensieri.
Per la prima volta nella sua vita aveva incontrato qualcuno che la capisse per davvero.
Lui le prese la mano e tutti i pensieri si fermarono, per la seconda volta. C’erano solo loro due.
Si sentì libera e felice; sapeva che quella del ragazzo era l’unica mano che d’ora in poi avrebbe stretto con amore se aveva bisogno di sicurezza.
A volte la persona giusta non si cerca, arriva da sola. Non sai chi sarà e non importa quanto tu possa essere diverso dal resto delle persone, là fuori c’è qualcuno di insostituibile che ti completa e il destino aspetta solo il momento giusto per fartelo incontrare.
Alla fine l’essere diversi è semplicemente dato da un punto di vista.

 

Secondi premi: THE STORY OF MY LIFE. – Eleonora Malavenda (‘Galilei’, AL)

Lì, sul bordo del letto di camera sua, a Marco sembrava tutto ostile come se non fosse lui il ragazzo dagli occhi azzurri che gli sorrideva dalle foto sulle pareti, come se quell’incisione del suo nome sul bordo della scrivania di legno levigato non fosse stata opera sua. Aveva un solo ricordo che continuava a vorticargli in testa: sua madre che sussurrava dicendo di non essere davvero “sua mamma” mentre l’uomo che aveva chiamato “papà” per tutti quegli anni gli spiegava con tono pacato come fossero avvenute tutte le fasi dell’adozione. Mamma Anna aveva detto di non prendersela, di cercare di capire che sarebbe stato difficile per un uomo solo accudire un neonato, soprattutto con il cuore ancora scosso dalla morte della sua compagna, che aveva preferito morire dopo la nascita di suo figlio piuttosto che compromettere la gravidanza cominciando una terapia. Si alzò dal letto, infilò il paio di scarpe meno rovinato che aveva e, con l’ iPod in mano e le cuffiette nelle orecchie, si diresse verso il parco. Correre all’aperto gli avrebbe fatto bene per smaltire tutte quelle notizie.

Giuseppe, seduto sulla panchina sul lato sinistro del grosso viale alberato che tagliava in metà il parco, il giornale ancora aperto sulle ginocchia e non degnato neanche di uno sguardo, pensò che avrebbe proprio voluto avere il coraggio di chiedere a Francesca di sposarlo, gli sarebbe piaciuto avere un anello al dito che gliela ricordasse in ogni momento. Che egoista però! Lui avrebbe potuto avere colui che gli avrebbe ricordato Francesca più di qualsiasi altra cosa, il loro bambino, ma diciassette anni prima, il suo cuore più che le sue labbra, aveva detto no. Alla fine si era ritrovato con un lavoro noioso e un cane un po’ matto che correva di qua e di là spaventando i bambini. Maledetto ottobre, gli faceva tornare alla mente troppi ricordi.

Marco stava ancora cercando la canzone che voleva sentire quando un cane gli tagliò la strada all’improvviso. Cercò di non calpestarlo e cadde malamente su un fianco, imprecando a bassa voce. “Max, questa è davvero l’ultima volta che ti porto al parco, piccola carogna!” disse l’uomo sulla cinquantina che si trovava ora davanti a Marco. “Non lo sgridi, è stata colpa mia, non l’ho proprio visto! Scusi ancora!”.
Fu solo in quel momento che l’uomo rivolse la sua attenzione al ragazzo. Fu come un flash, o forse anche meno, ma per un istante a Giuseppe parve di rivedere Francesca. Maledetto Ottobre, se ora la rivedeva in chiunque avesse i suoi occhi azzurri, forse avrebbe davvero dovuto prendere un appuntamento con uno psicologo.
L’incontro con quello strano ragazzo pensieroso rese ancora più pensieroso anche Giuseppe che però per una volta non rimuginò più sul suo passato ma su qualcos’altro. Pensò a suo figlio, a cosa poteva star facendo in quel momento, a quali pensieri stavano ingombrando la sua mente da ragazzo. Capì che la storia della sua vita non era finita e che poteva ancora fare qualcosa per rimediare alle sue azioni passate. Giuseppe chiamò l’ospedale quel giorno stesso, chiedendo informazioni su quel bambino a cui non aveva mai voluto dare un nome. La storia della sua vita ricominciò a scorrere. Giuseppe da quel giorno imparò a sorridere di nuovo. Anche in Ottobre. Anche grazie ad un paio di occhi azzurri che prima vivevano solo nei suoi ricordi ma sarebbero stati parte integrante del suo futuro.

 

Secondi premi: UNO STRANO INCONTRO – Elisa Demicheli e Khaled Arsalane (‘Nervi-Fermi’, AL).

Roberta è una ragazza che vuole intraprendere la carriera cinematografica. Sin da bambina dimostrava un particolare talento nella recitazione.
Ora ha vent’anni e il suo sogno è quello di diventare attrice.
Trova un’ opportunità conoscendo Stefano, il quale opera nel campo televisivo da molti anni ed è conosciuto in tutta Italia.
Roberta è disposta a far di tutto pur di entrare nel mondo dello spettacolo ma Stefano non si limita ad una semplice audizione.
Roberta accetta comunque di fare questa “audizione” e Stefano decide di prenderla come protagonista di una serie televisiva.
Iniziano le prove e di conseguenza le riprese. Stefano però,vedendola stanca le dice che per avere più resistenza avrebbe dovuto far uso di alcune “medicine”.
Roberta, pur di fare carriera avrebbe accettato di fare anche questo, ma una notte fa uno strano incontro: lo spirito di Marilyn Monroe viene a farle visita. Inizialmente rimane sconcertata da questo incontro, ma si fa coraggio e inizia a dialogare con la famosa attrice.
All’ inizio il dialogo si incentra su argomenti di attualità e su consigli che la defunta dà alla neo­-attrice. Ma lo spirito di Marilyn si è manifestato per una cosa in particolare: mettere in guardia Roberta dai problemi che incontrerà durante la carriera cinematografica. Inizia il discorso dicendole che ha sbagliato ad accettare di fare quell’audizione e assolutamente di non prendere le “medicine” che le ha consigliato Stefano, perché non è vero che servono ad aumentare le sue prestazioni, danno dipendenza.
A questo proposito lo spirito le racconta di quella notte del 5 Agosto in cui morì a causa di un’ overdose di barbiturici e le spiega che il suo sbaglio era stato appunto quello di accettare qualsiasi cosa le avessero proposto perché voleva realizzare a tutti i costi il suo sogno. La mette in guardia da Stefano perché è una di quelle persone che le avrebbero potuto rovinare la vita e le consiglia di cercare una persona più seria che possa farle intraprendere la strada che sogna. Roberta capisce che questo incontro è molto raro, dunque l’ascolta molto attentamente e le promette che seguirà i suoi consigli, la ringrazia e… come per magia lo spirito di Marilyn svanisce.
Roberta, sicura che l’indomani abbandonerà Stefano e il suo cast, torna a dormire felice.

 

 

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Questa voce è stata pubblicata il novembre 21, 2013 da .

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