Officinemalessandria

Laboratorio Cinematrografico per Studenti delle Scuole Superiori della Provincia di Alessandria

I soggetti vincitori!

Ecco i soggetti vincitori.

Primi classificati:

La città si sta risvegliando
Artur Belinskyy

La città si sta risvegliando. Gli uomini e le donne si stanno preparando per andare a lavorare, I ragazzi si stanno preparando per la scuola. L’autobus è in ritardo, in centro si è creata una coda. Qualcuno sta bestemmiando, qualcuno si sta addormentando di nuovo, degli adulti si stanno lamentando dei problemi politici.

In mezzo a questo caos c’è un ragazzino senza nome, senza cognome e famiglia, è invisibile. Passano le donne, gli uomini, ma nessuno si accorge che c’è lui, lui che non ha mai frequentato la scuola.

Lasciato in mezzo ad una giungla urbana, col passare del tempo diventa sempre più invisibile, non parla, non si manifesta.

Sono le 10 del mattino, la città è vuota. Il ragazzino sta camminando per la città, sta cercando il solito fruttivendolo per rubare un po’ di frutta. Il fruttivendolo è molto sicuro e violento, il suo cuore è gelido. La sua storia è simile a quella del ragazzino, ma ha avuto la fortuna. In negozio prende un po’ di verdura e scappa.

Ha prolungato un po’ la sua vita.

Trascorre tutto il pomeriggio in piazza, ma quando ci sono le persone non può stare lì, perché a loro non piace vederlo. Alla gente non piace la miseria. Ma in mezzo alla piazza c’è il suo più grande amico, un cane. Questo cane è il suo amico da quattro anni. Lo ha trovato quando era un piccolo cucciolo abbandonato.

E’ già l’una. I bar si riempiono di persone che chiacchierano. Passano le ore.

La piazza si sta svuotando e restano solo loro, il ragazzo e il suo cane.

Domani sarà un nuovo giorno, una nuova lotta.

Il ragazzo che sedeva sempre all’ultimo banco
Costanza Gaggio

A scuola c’ era un ragazzo che sedeva sempre all’ ultimo banco, era uno dei classici bulli. Francesco, così si chiamava, teneva sempre le cuffie nelle orecchie e gli occhiali da sole per fare il “figo”. Consegnava sempre i compiti in bianco, guardava in maniera contorta la professoressa di italiano. Rimaneva sempre a scuola dopo l’ orario di uscita e tutti si preoccupavano per la docente, temevano la minacciasse. Si diceva che girasse di notte e rubasse nei negozi. Un giorno, andò a scuola con una collana da donna, aveva sicuramente stuprato qualcuna e si era tenuto il ricordo. Pedinava sempre un ragazzino più piccolo: pedofilia o bullismo, sostenevano tutti. Le risse erano il suo passatempo preferito e infatti arrivava a scuola pieno di lividi. Era magrissimo perché si drogava e chissà cos’ altro facesse. Un giorno però, non andò a lezione.

A scuola c’ era un ragazzo che sedeva sempre all’ultimo banco, lo odiavano tutti. Era uno a cui nessuno aveva mai dato ascolto. Teneva sempre le cuffie per non dover sopportare il rumore del mondo, e gli occhiali per non mostrare quel viso che tanto odiava. Consegnava i compiti in bianco, ma restava ogni giorno a scuola dopo l’orario di uscita, e lo faceva per far leggere le sue eccellenti poesie alla professoressa di italiano; si vergognava a farle vedere in classe davanti a tutti. Girava di notte per rubare, questo era vero, ma in farmacia, e non i soldi della cassa, bensì le medicine per la sua sorellina malata. Un giorno andò a scuola con una collana da donna: era della sua sorellina, gliel’ aveva regalata per ringraziarlo delle medicine. Pedinava sempre un ragazzino più piccolo, perché era affetto da asma e non voleva che gli prendesse un attacco mentre tornava a casa. Aveva un debole per quel ragazzino, amava la sua fragilità e innocenza, gli ricordava se stesso qualche anno prima. Ma i suoi sentimenti, Francesco, non li ha mai mostrati al mondo, forse non li ha neanche mai confessati a se stesso. Faceva le risse ed era pieno di lividi, le faceva con suo padre che lo picchiava perché, troppo ubriaco, non riconosceva suo figlio. Era magrissimo perché non mangiava, era anoressico. Voleva morire, per suo padre, per la malattia della sorella, per la sua confusa sessualità. Non riusciva ad accettarsi. Un giorno non andò a scuola. Sua sorella era morta, e lui volle seguirla.

A scuola c’era un ragazzo che sedeva sempre all’ultimo banco, avevano incominciato ad apprezzarlo, ma ormai era troppo tardi.

Dal bianco al nero
di Eleonora Furini

Ciel è una ragazza normalissima, se non fosse che, a causa di un incidente che tutt’ora le causa incubi e flash, ha perso totalmente la capacità di vedere i colori. La cosa la rende diversa dagli altri e lei lo sa ma cerca di non badarci. E’ stata fortunata ad uscirne viva ed ha intenzione di godersi a pieno questa fortuna, nonostante tutto. Nuova classe, nuovo anno, stessa storia.

I giorni passano e tutti la guardano come se fosse una bambola parlante, anche se non lo è.
Vedere le cose per quello che sono senza essere distratti dalle apparenze è difficile, ma lei ci riesce.

Ciel sta camminando verso casa, da sola, cercando dì ignorare gli schiamazzi e i rumori tipici della città, attraversa le strisce e un clacson suona nella sua direzione…

Flash! In un attimo è di nuovo su quella macchina infernale, i fari abbaglianti del camion che sbanda le perforano la mente, spalanca gli occhi, e il contraccolpo del veicoli che si schiantano la sbalza in avanti, il cranio che sbatte violentemente contro il finestrino è l’ultima cosa che ricorda, e poi il buio… Flash!

…così come è venuto il ricordo se ne va e lei ripiomba nel presente, accorgendosi di essere accucciata a terra, le lacrime agli occhi e della gente intorno a lei, mentre un ragazzo le scuote una spalla gentilmente cercando di farla tornare in sé. E’ troppo. Troppo rumore, troppa attenzione, troppo tutto.

E si ritrova a correre, diretta verso neanche lei sa dove. Forse soltanto verso un posto deserto, in cui riprendere controllo dì se stessa.

Qualche giorno dopo le porte dell’ascensore dell’ospedale si aprono per Ciel. Sua madre è nella prima stanza a sinistra, accanto ad esse. E’ bianca, come le lenzuola, gli apparecchi, le pareti. Ancora nessun segno di miglioramento. Esce dalla camera. E’ così che vede il ragazzo che l’aveva scossa dall’attacco di panico qualche giorno prima uscire da una stanza vicina.

Lui è il contrario di sua madre: una macchia nera sui muri bianchi e opprimenti. Un “grazie” le sfugge dalle labbra, ma lui non si gira neanche a guardarla, passandole davanti con occhi vacui e rossi di pianto.

Lo guarda finché le porte dell’ascensore si chiudono dietro di lui, prima di avvicinarsi alla porta. C’è un nome femminile nella targhetta. Ciel bussa lievemente e poi entra, l’angoscia che inizia a farsi strada nel suo cuore.

Il letto e vuoto. Nessuna traccia di chi l’aveva usato in precedenza. E tutto bianco e inespressivo, ad eccezione di un mazzo di fiori bianchi e neri.

Uno sguardo di comprensione si fa spazio sul suo viso, e una sola lacrima le riga una guancia mentre si chiude la porta alle spalle, senza fare rumore.

Il mondo, anche se colorato, è, e resterà sempre, in bianco e nero.

Secondi classificati

Lucrezia
Nello Daniele Ferraiuolo

“Quando c’ è oscurità nell’animo umano, quando vuoi che qualcuno sparisca, quando dentro il tuo cuore nascondi l’oscurità…. lui sarà lì ad attenderti”.

Lucrezia è abituata ad essere la migliore in tutto, dai voti scolastici al comportamento in classe fino allo sport. Poco importa delle relazioni umane, che si limitano a freddi e alle volte forzati “ciao” o “come va?!”. La vita di Lucrezia non è così rosea come vorrebbe far credere a se stessa: a casa ha un padre disilluso che ormai da quattro anni non trova lavoro. La sua consolazione? La trova sul fondo di una lattina di birra economica. La madre è l’unica che lavora in una ditta di spedizioni per un magro stipendio. Ogni volta che fa ritorno a casa, e ogni volta che entra in camera sua guarda lo specchio fissato dentro un’anta dell’armadio e vede come essa assomigli sempre di più alle bambole belle e piene di vita all’esterno, vuote e sole all’interno.

Un giorno come tanti altri a scuola, arriva un nuovo studente di nome Alex; apparentemente ciò non interessa a Lucrezia, ma qualcosa la innervosisce.

Tutto cambia quando Alex diviene piano piano il miglior studente non della classe ma dell’istituto; benvoluto da tutti, compagni e professori. Lucrezia finge spudoratamente un sorriso ogni volta che lo vede, per mascherare in realtà rabbia, frustrazione e amarezza.

All’uscita da scuola prende il solito autobus che la riporta a casa. Dopo una fermata sale un controllore. La ragazza si accorge di non avere biglietti, né l’abbonamento. Arrivato il suo turno un misterioso figuro le offre un biglietto dicendole che le era caduto. Si scoprirà che il misterioso figuro, vestito come un uomo d’affari o un rampante avvocato e dallo sguardo furbo, in realtà, per sua stessa ammissione, è uno Shinigami (dio della morte nella tradizione giapponese) e vorrebbe offrire un contratto esclusivissimo alla ragazza. Lui, Etrom, spiega che può uccidere tre persone, in cambio però dovrà dargli dieci anni della sua vita. Prendendolo per pazzo o ubriaco Lucrezia lo ignora. Poco prima che scenda, Etrom le consegna una carta da gioco raffigurante il Joker, dicendole che, se ne avesse bisogno, basterà strappargliela. Lucrezia archivia il tutto come un incidente e getta la carta da gioco, tornando a casa.

Il giorno dopo, Lucrezia ascolta involontariamente una conversazione tra i suoi compagni e il prof di turno, e scopre come sia odiata fino al midollo e che tutti fingano con lei per arrivare alle fine della lezione o del giorno di scuola. Ancora una volta Lucrezia sigilla tutto e fa come se nulla fosse, però l’ ora successiva, mentre viene consegnata la verifica, scopre che è l’ unica ad aver preso un’ insufficienza grave. Esce dall’aula e si rifugia nei bagni, si mette a piangere domandandosi se la sua vita è solo un illusione. Davvero oltre ai voti non ha altro? Poi, come un flash, si ricorda di quella carta del Joker in tasca, ormai al limite la fa a pezzi… non accade nulla. All’uscita, trova di fianco ai bagni Etrom che, con un sorriso quasi diabolico, le chiede se abbia cambiato idea. Lucrezia è timorosa ma accetta il contratto sancito con una stretta di mano. Lucrezia chiede se è possibile, insomma… designare i bersagli immediatamente, Etrom le risponde di sì ma di badare bene a chi scegliere.

Lucrezia quasi di getto designa Alex come prima vittima. Etrom schiocca le dita e poi la accompagna in classe, invitandola a entrare; scopre così che nessuno si ricorda di lui e che non c’è nessuna traccia di lui. Nemmeno Lucrezia lo ricorda.

I giorni passano in un finta pace e tranquillità in tutto questo tempo Lucrezia non si è pentita della sua scelta, anzi ne è felice. Una volta di ritorno a casa, trova per l’ennesima volta il padre ubriaco, lo guarda e ripensa a come un tempo fossero felici e sempre sorridenti. Cerca di risvegliarlo dal suo stato di semi-incoscienza, ma lui si sveglia in malo modo e la colpisce per averlo disturbato.

Lucrezia va in camera sua e con fermezza chiama Etrom, che le appare seduto sul letto, e designa la seconda vittima: suo padre. Etrom schiocca le dita e la invita a controllare. Il padre è scomparso nelle foto, nei ricordi e dal divano. Ma la ragazza nota anche che anche la madre è scomparsa… e anche i suoi ricordi stanno svanendo rapidamente. Etrom le spiega la situazione: quando essa elimina qualcuno recide anche i legami affettivi creatosi e le stesse persone (una sorta di Butterfly effect). Lucrezia accetta di buon grado la sua “nuova normalità” con naturalezza e con un sorriso sempre più vuoto e privo di vitalità. Stessa cosa con la classe con cui divide compiti, gite e con cui divide sei ore quotidianamente. Poco a poco sente che persino il mondo intorno a lei sembra estraniarla. Sulla panchina di una piazzetta, in un giorno grigio, resasi conto di essere un automa e di aver accettato di buon grado qualsiasi cosa, Lucrezia richiama Etrom, che le appare seduto di fianco, lindo e sorridente. Ora designa l’ultima vittima: se stessa. Etrom non si scompone ma le chiede le motivazioni di ciò. La ragazza gli risponde che ormai essa è vuota e che non ha più ricordi, e che addirittura la sua “nuova” famiglia non ha ricordi di loro, mentre loro sì. Alla fine, Etrom chiede se ne è sicura, Lucrezia annuisce, allora Etrom schiocca le dita e se ne va. All’improvviso Lucrezia si accorge che stavolta non ha fatto come al solito, schioccando le dita della mano sinistra, ma della destra, così facendo non è accaduto nulla. Lucrezia sta per chiedere spiegazioni… rincorre Etrom e inveendogli contro si chiede il perché non abbia esaudito il suo desiderio. Etrom si mette a ridere di gusto, in una di quelle grosse e grasse risate e con le lacrime agli occhi risponde: «Cara ragazza, ti ricordi quando ti dissi che quando elimini una persona distruggi anche i suoi legami affettivi e i suoi ricordi… ?» . La ragazza annuisce con terrore. «Allora proprio tu ti lamenti? Carissima Lucrezia, fatti una semplice domanda.., ma tu sei mai esistita realmente?» . La ragazza capisce da sola che si è autocondannata, e che anche se designata, lei già non esiste… ormai divenuta un corpo vuoto privo di sentimenti e ricordi.

“Possiamo definirci umani perché abbiamo pensieri da condividere… un cuore per vivere e amare, ma… senza essi saremmo più simili ad un computer, chissà , potremmo venderci in massa?” (Anonimo).

Riccardo e il suo nuovo cucciolo
Erika Bonanno

Riccardo vive a Castellazzo Bormida. E’ un bambino di circa 10 anni e in assenza di amici trascorre la maggior parte del suo tempo da solo. Ha una gran voglia di affetto, come del resto tutti i bambini della sua età.

Credeva di essere diverso, e non aveva voglia di mettersi con gli altri bambini: aveva solo la necessità di avere qualcuno al suo fianco. Desiderava un solo amico, ma di cui fidarsi ciecamente.

Un giorno, passando davanti a un negozio per caso, vede dei cuccioli in vetrina ed entra per chiedere il prezzo al padrone. Estrae così il suo portamonete, ma il denaro non basta per l’acquisto di un cucciolo. Il padrone del negozio così gli consiglia di comprare un cucciolo economico. In quello stesso momento dal retrobottega arrivano due cucciolotti correndo e un terzo zoppicante. Riccardo chiede così al padrone il motivo della zampa difettosa, e lui racconta la storia di quel cucciolo dicendo che sarebbe rimasto così per tutta la vita.

Riccardo sceglie proprio quel cucciolo e chiede al signore se poteva pagarlo a rate. Il padrone del negozio, commosso, dice a Riccardo di poterglielo regalare, ma con grande stupore il bambino gli risponde di volerlo acquistare perché valeva quanto gli altri cani. Il signore avverte però Riccardo che non sarebbe mai stato in grado di correre come gli altri cani. A quel punto Riccardo si abbassa e, sollevando i suoi pantaloni, scopre il pesante apparecchio metallico che univa la sua scarpa a un moncone del suo ginocchio.

Il padrone del negozio commosso ringrazia Riccardo per la grande lezione di vita insegnatagli quel giorno: Riccardo e il suo nuovo cucciolo avrebbero avuto molto da condividere e si sarebbero così capiti a vicenda.

Start, pausa, nuova partita
Greta Mastrogiacomo

Federico entra in un negozio di videogiochi e la sua attenzione viene catturata dal video di lancio di un gioco uscito da pochissimi giorni. Il ragazzo ne rimane talmente affascinato che decide di comprarlo, così torna a casa, impaziente di provare il suo nuovo acquisto. A casa, il ragazzo, si precipita nella sua camera e per non essere disturbato dalla sua irritante sorellina, chiude a chiave la porta, strappa velocemente il cellophane che lo avvolge, apre la custodia, prende il CD e finalmente lo inserisce nella consolle…

Lo schermo si colora di nero e comincia un motivetto di introduzione piuttosto inquietante, ma Federico non sembra esserne minimamente preoccupato perché subito dopo appare la schermata di inizio gioco accompagnata da una canzoncina allegra e frizzante. Così, inizia la sua nuova partita, ma dopo aver premuto il tasto “START” il gioco si mette automaticamente in pausa e lo schermo ritorna nero. Inizialmente, il giovane pensa che sia uno dei tanti problemi dei videogiochi di ultima generazione, ma nel momento in cui sta per spegnere la consolle, appare nuovamente il menù iniziale; questa volta, però, con una musichetta inquietante di sottofondo…

Federico capisce che c’è qualcosa di strano, ma comincia la partita…

Giorno dopo giorno, il suo personaggio sale di livello e diventa sempre più potente, ma, ad un certo punto della storia, si ritrova davanti ad un portale che può essere aperto solo quando, nella vita reale, la notte di “Halloween” ci sarà la luna piena… Così, Federico, si trova bloccato e costretto ad accantonare il videogioco, ma, spinto dalla curiosità, decide di consultare il lunario per sapere quando potrà continuare la sua avventura e, con sua grande sorpresa, scopre che la luna sarà piena il trentuno ottobre di quello stesso anno! Motivato da questa grandiosa notizia, trascorre il suo tempo libero leggendo, guardando film e giocando a nuovi videogiochi…

Finalmente arriva il tanto atteso giorno, che per gli adolescenti “normali” equivale al giorno di “Natale”, ma per Federico no. Il suo “Natale” è il trentuno ottobre! Ormai non fa altro che parlare di questo avvenimento importantissimo, ne è quasi ossessionato, tanto che anche i suoi genitori cominciano a preoccuparsi… Quel giorno, il giovane si chiude in camera, spegne tutte le luci, accende delle candele e comincia a giocare… Il portale si apre, una luce accecante inonda la stanza, un vento gelido spegne le candele e, in sordina, si sente il motivetto inquietante che il ragazzo aveva udito all’inizio della sua avventura…

Federico non c’ è più e sullo schermo compare ancora una volta il menù iniziale… Qualcuno o qualcosa nella stanza preme l’opzione “NUOVA PARTITA” e, questa volta, il personaggio della storia da comandare è proprio Federico…

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Questa voce è stata pubblicata il novembre 18, 2014 da .

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